CHE LAVORO FAI? “CAMMINO”

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Quando gli chiedi che lavoro fa, lui risponde che “cammina”. E in effetti ora Roberto Bruzzone è un trekker di professione. Nel senso che, da quando in quattro ore e mezza scalò il Gran Paradiso con la sua protesi alla gamba (era il 2006), non si è più fermato: l’anno dopo ha percorso i 781 chilometri del cammino di Santiago di Compostela in 26 giorni e poi, dopo pochi mesi, è salito in vetta al Kilimanjaro. La sua storia e le sue imprese sono raccontate nel numero 10/2014 di SuperAbile Magazine, il mensile sulla disabilità edito da Inail. Nel 2008 ha attraversato parte dell’Islanda a piedi (si è dovuto fermare a causa di un’infiammazione al tendine d’Achille), nel 2010 è arrivato in cima all’Aconcagua (in Argentina) toccando quota 6mila metri e “riposandosi” poi in giro per la Corsica, mentre tre anni fa ha conquistato il deserto della Namibia. A suo modo è un uomo dei record. Tanto che, grazie alle sue imprese, tutte documentate su Robydamatti.it, questo ragazzone di Ovada (Alessandria) classe 1978, amputato sotto il ginocchio 14 anni fa in seguito a un incidente in moto, è diventato il tester e il testimonial di un’azienda di protesica, gli sponsor tecnici gli danno una mano quando parte per le sue avventure e in più lo chiamano un po’ da tutta Italia per motivare ragazzi e dirigenti, tenere corsi, presentare i suoi viaggi. “Effettivamente non ho un lavoro in particolare – dice –. Ma da quando ho iniziato a fare il camminatore estremo si sono create tutta una serie di sinergie che sono diventate il mio lavoro. Inoltre ho fondato anche l’associazione Naturabile, una onlus che promuove il trekking e lo sport tra le persone disabili”. Ora è reduce dal “Robydamatti walk camp”, una settimana di perfezionamento del cammino sui terreni accidentati delle colline bolognesi (cinetica, postura, eccetera) rivolta alle persone amputate.

Chi era Roberto Bruzzone prima dell’incidente?
Più o meno ero la stesso, almeno come personalità. Forse un po’ più scavezzacollo. Lavoravo in fabbrica – costruivo marmitte per le moto da corsa, la mia grande passione – e poi facevo l’istruttore in palestra e molto pugilato. Sono stato per dodici anni sul ring e la box è stata il primo sport a cui mi sono avvicinato dopo l’incidente: andavo quasi meglio di prima, tanto ero motivato. Ma visto che non mi facevano più gareggiare e che non esisteva il pugilato per disabili, sono passato all’atletica. Però anche la pista mi stava stretta.

Poi è arrivato l’amore per il trekking…
Sì, me lo ha proposto Alessio Alfier, un preparatore atletico specializzato negli sport di resistenza. E io che credevo che andassimo a fare delle passeggiate in montagna… Dopo il Gran Paradiso sono diventato un “camminatore con la gamba in spalla” – la protesi di riserva che porto sempre con me nello zaino – per vedere non solo quanta strada riuscivo a fare in salita ma anche quanti chilometri riuscivo a percorrere in piano. C’è voluto un bell’allenamento, tanta fatica e a volte pure dolore. Ma n’è valsa la pena.

Momenti di sconforto non ne ha mai avuti in questi anni?
Certo che sì. Dopo l’incidente è stato psicologicamente durissimo. Prima mi hanno amputato le dita del piede, poi l’avampiede, poi tutta una serie di interventi chirurgici per vedere di ricostruire qualcosa. Mi sono fatto tre anni di ospedale, di antidolorifici e di morfina prima di decidere di farmi amputare la gamba sotto il ginocchio. Ma da quando la protesi si è assestata sono ripartito in quinta. Ricordo che dissi a mio fratello: “Il giorno che riesco a fare il primo passo non mi fermo più”.

Cosa dice a chi si trova a dover fare i conti con la disabilità?
Il messaggio è sempre quello di non fermarsi mai davanti agli ostacoli. E poi cerco di dare dei consigli pratici e di indicare la strada più corta per avere una buona protesi. Ma non è semplice, soprattutto quando ti arrivano e-mail di ragazzi che vogliono emularti facendosi amputare un arto. Anche le madri mi scrivono preoccupate dell’infelicità dei loro figli dopo un incidente o un altro tipo di disabilità acquisita: io rispondo che è normale e che sarebbe preoccupante se fossero subito allegri e sorridenti.

Quali sono i suoi progetti futuri?
Per prima cosa sto cercando fondi per effettuare un tour regionale nelle scuole, che parta almeno da Piemonte e da Lombardia, e che affronti anche il tema della sicurezza sulle strade. Il secondo progetto riguarda invece una serie di incontri in collaborazione con il Cai (il Club alpino italiano) per parlare dell’approccio della disabilità alla montagna. 

Prossimo viaggio in programma?
Spero di partire al più presto per il Perù, magari tra gennaio e febbraio prossimi, alla volta del viaggio più lungo che abbia mai affrontato a piedi: da Lima al lago Titicaca, al confine con la Bolivia, naturalmente salendo anche sul Machu Picchu alla scoperta degli Inca. (Michela Trigari)

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Informazioni su Progetto Policoro Forlì

Cos’è il Progetto Policoro? È un progetto organico della Chiesa italiana che tenta di dare una risposta concreta al problema della disoccupazione in Italia. Policoro, città in provincia di Matera, è il luogo dove si svolse il primo incontro il 14 dicembre del 1995, subito dopo il 3° Convegno Ecclesiale Nazionale tenuto a Palermo. Si vuole «affrontare il problema della disoccupazione giovanile, attivando iniziative di formazione a una nuova cultura del lavoro, promuovendo e sostenendo l’imprenditorialità giovanile e costruendo rapporti di reciprocità e sostegno tra le Chiese del Nord e quelle del Sud, potendo contare sulla fattiva collaborazione di aggregazioni laicali che si ispirano all’insegnamento sociale della Chiesa.
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